L’OLIVO NELL’ARTE
di Sandro Ricaldone
 
Più d’un secolo ci separa dall’epoca in cui Giovanni Pascoli componeva per “La Riviera Ligure” di Mario Novaro la sua “Canzone dell’olivo”, poi inclusa nei “Canti di Castelvecchio, illustrandone poeticamente la resistenza (“tra i massi s’avvinchia e non cede / se i massi non cedono, al vento”) e il legame che istituisce fra le diverse generazioni (“messe pei figli … ombra pei figli de’ figli”).
Nonostante il tempo trascorso e le trasformazioni profonde fratanto subite dal territorio, quest’albero, “lentissimo a crescere, tardissimo a dare”, rimane uno dei simboli della nostra regione e, in particolare, del Ponente, dove riveste tuttora una fondamentale funzione economica. Risulta perciò del tutto appropriato il tributo che il Comune di Imperia gli rivolge oggi con una mostra che ne indaga la presenza nella vicenda artistica italiana fra ‘800 e ‘900, ordinata da Franco Ragazzi – in collaborazione con la Nuova Promotrice di Belle Arti - nelle sale da poco recuperate di Villa Faravelli.
La rassegna propone una pluralità di temi, che il percorso espositivo, modellato sugli ambienti di questa opulenta dimora borghese e su affinità di stile, intreccia fra loro fittamente: l’olivo come simbolo, religioso e di pace; l’olivo e il lavoro; l’olivo elemento del paesaggio, fra interpretazioni naturalistiche e trasposizioni astratto-informali.
Nel primo ambito si spazia dal bozzetto di Nicolò Barabino per la Madonna della primavera (1887), concepita per la Chiesa della Cella di Sampierdarena alla colomba picassiana ripresa d’impulso su un fondo irto di acuminati strumenti offensivi da Aurelio Caminati nei giorni della seconda guerra del Golfo.
Alla raffigurazione della faticosa raccolta dei frutti sono invece dedicati dipinti di qualità intensa: “La raccolta delle olive ai Balzi Rossi” (1921) fissata da Pompeo Mariani nella fase estrema della sua esistenza in tonalità sfumate, interrotte da brevi tocchi di luce, laddove Antonio Discovolo imposta, nel 1938, la sua “Pulitura dell’olivo” sul contrasto cromatico tra il verde acceso dell’erba illuminata dal sole e la tenue trama dei tronchi e del fogliame e Cecilia Ravera Oneto tratteggia, in anni a noi più prossimi, una variegata quinta di fronde autunnali (“Novembre fra gli ulivi”, 1953 c.).
Più articolata si palesa la sezione dedicata al paesaggio, dove - accanto alle limpide vedute ottocentesche di Gerolamo Varese (“Porto Maurizio da Ponente”, 1888) e di Hermann Nestel (“Scorcio a Bordighera”, 1889) – s’incontra la visionaria concitazione di Rubaldo Morello (“Capanna fra gli alberi”, 1905) che sembra trovar eco nel suggestivo “Albero azzurro” (1921) di Emanuele Rambaldi. E dove ancora al corposo cezannismo di Piero Marussig fa riscontro il materismo anticipatore di Dante Mosé Conte, mentre la visione della collina di Portofino trasfigurata di luce da Domenico Guerello s’incastona fra le cadenze novecentiste di Salietti e Tosi, fra il composto lirismo di Oscar Saccorotti e la “pittura di terra” di Mario Chianese.
Compatta la sezione dedicata ai “paesaggi mentali” dove agli esiti suggestivi di Renato Birolli, nel confronto con lo scenario delle Cinque Terre s’affiancano le vibratili atmosfere dei protagonisti liguri della stagione informale (Fasce, Sirotti, Ugolini, Lavagnino, Sturla) e su un estremo versante figurativo le marcate strutture materiche di Ennio Morlotti.
Chiude idealmente la rassegna un gruppo di opere (fra gli altri di Colombara, Di Giusto, Leverone) che più direttamente riflettono le ricerche contemporanee, aperte a nuovi linguaggi e campi d’intervento: in questa direzione spiccano in particolare i lavori di due fra i principali animatori dell’Arte antropologica, Claudio Costa e Antonio Paradiso, qui accostati alle spiazzanti bottiglie d’olio prodotte da Joseph Beuys nel quadro della sua campagna in “Difesa della natura”, espressione utopica dell’aspirazione ad un rapporto armonico fra la Natura e l’Uomo.
(maggio 2006)