NUOVA IMMAGINE PER LA CULTURA
di Luca Borzani
Nel 1960 Eugenio Battisti, straordinario organizzatore culturale, lascia Genova per Torino esprimendo sulla città un impietoso giudizio: «I difetti che si riscontrano a Genova, se pur comuni ad altre città, se pur giustificati dalla relativa lontananza dalle due capitali, indiziano per altro una gravissima inerzia morale. L'escludersi della città da ogni catena di rapporti dà luogo - oltre all'inerzia e alla stasi – ad un complesso di inferiorità e di arroganza, quello di cui soffrono tutti i genovesi che ho conosciuto, l'ambito dei più vari campi della cultura».
Al di là dei divertenti, o sconfortanti, giochi sul mantenimento di alcuni caratteri locali, Genova ha invece profondamente mutato, nel corso dell'ultimo decennio, la sua offerta culturale. L'intreccio tra riqualificazione urbana e attività culturali, la riorganizzazione del sistema museale, l'attenzione anche alla contemporaneità e alla scienza, hanno ridisegnato una nuova immagine della città a livello nazionale e, in qualche misura, internazionale.
Ne sono dimostrazione i numeri dei visitatori, in alcuni casi cresciuti rispetto allo stesso 2004, la quantità di iniziative, grandi o piccole, in larga parte estranee a una logica di autogratificazione provinciale, il riconoscimento diffuso della qualità di livello europeo degli eventi e dei contenitori culturali. E’ un punto di arrivo importante, non scontato, e una sostanziale rottura anche con un passato non molto lontano. Il fare cultura è entrato negli orizzonti di sviluppo della città. Oggi sono però reali i rischi di vera e propria crisi del sistema culturale genovese, almeno per come si è delineato e cresciuto in questo decennio. A una capacità di produzione di standard elevato corrispondono una debolezza di innovazione, macchine ancora troppo costose e inefficienti, forti autoreferenzialità interne al sistema. La disattenzione alle sinergie, la bassa la capacità unitaria di promozione e la «fatica della sopravvivenza» favoriscono, inoltre, il mantenimento di modelli tradizionali di programmazione e di interlocuzione con la città anche quando questi modelli si avvertono come progressivamente esauriti. Pesa poi l'assoluta prevalenza del settore pubblico e della richiesta al pubblico in una fase di riduzione drammatica delle risorse. Si avverte con maggior evidenza la sostanziale assenza di una società civile della cultura, di una vera imprenditoria culturale, di una università interessata a uscire dai propri confini. Dal tutto “privato” degli anni Sessanta, la grande stagione dell'Italsider e delle gallerie d'arte contemporanea, si è di fatto scivolati in un «tutto pubblico» a fronte, peraltro, della incapacità delle istituzioni di avere una comune regia e priorità condivise. Letta con questa ottica la discussione avviata da «Repubblica» mi è sembrata riproporre una sorta di separatezza tra cultura e società, lo sguardo più rivolto al passato che alle questioni reali poste dal presente e dal futuro. Ho avvertito uno scarto tra il dibattito nazionale in corso e l'interrogarsi se sono meglio le mostre sul Seicento o il Novecento o l'assumere come modello esperienze in parte svuotate (Treviso, Ferrara) senza interrogarsi se come città non siamo, nell'insieme, ben più avanti e quale sia il rapporto investimenti e risultati. Le strategie perseguite dalle colombiane del 1992 al 2004 hanno permesso di recuperare molti degli straordinari ritardi che questa città aveva accumulato, di rompere un isolamento accentuato dal declino industriale degli anni Ottanta, di conservare orizzonti di dibattito intellettuale pesantemente segnati dalla crisi della politica e dall'emergere di una società liquida. Ma ora non sono più applicabili.
Ragioniamo da anni di riuscire a «fare rete dentro la città» quando oggi è necessario «fare rete tra le città», costruire infrastrutture immateriali che leghino ambiti regionali e interregionali. Questo vuol dire misurarsi su un territorio più ampio, costruire nuove relazioni, allargare lo sguardo. E soprattutto una “nuova responsabilità” verso il miglior uso delle risorse, nell'individuare progetti condivisi e priorità che possono e debbono rompere con tradizioni anche consolidate. L’autoreferenzialità » delle istituzioni, anche culturali, rappresenta un primo sostanziale ostacolo. La proposta avanzata dal Comune di Genova della Fondazione per la cultura e del «tavolo di promozione della città» mi pare costituiscano l'avvio di un nuovo percorso. Così come bisogna essere in grado di dare vita a consorzi di operatori, a programmazioni triennali, a riorganizzare in termini unitari l'offerta «mare» e del centro antico.
Il localismo, il limitarsi a destreggiarsi tra lobby e microlobby consolidate nel tempo, è un secondo non facile ostacolo da superare.
Terzo elemento deve essere la volontà di operare una decisa svolta generazionale, aprirsi a nuovi linguaggi e a nuove competenze. Impedire la fuga delle intelligenze, attrarne di nuove, permettere ai migliori di non essere sfiancati da lunghi e avvilenti periodi di precariato sottopagato.
Affrontare questi nodi implica assumere uno sguardo e obiettivi in larga parte inediti. Significa essere consapevoli che non abbiamo davanti nessuna «scelta salvifica» ma solo un lungo lavoro che parte da quanto realizzato, dalla rimessa in circolo di idee e progetti in grado di valorizzare le tante intelligenze e saperi che costituiscono la trama culturale di Genova.
la Repubblica Ed. Genova
13-02-2008