A GENOVA LA CULTURA VA A MORIRE
di Paolo Lingua
Da molti mesi il silenzio assordante della cultura invade Genova. Sia chiaro: esistono in città molte eccellenti persone (e personalità, come talvolta si dice) di cultura che non stanno neppure sempre rinchiuse nei loro castelli d'avorio, tra le nuvole. Qualche volta scendono tra gli umani e raccontano un poco di quello che fanno e che sanno. Qualche struttura privata invita - tra gli eccellenti che vivono extramoenia - questo o quello. Ma non si respira certo un grande afflato organizzativo. Non si discute di progetti e strategie, soprattutto sull'utilizzo dei cosiddetti "contenitori" di cultura che ai tempi delle "colombiane" erano stati messi a punti senza misurare il potenziale del territorio e le possibili risposte alle offerte.
La Regione, proprio in questi giorni, ha varato la legge quadro sulla programmazione culturale, ma è una legge - sia pur lodevole negli intenti - che fissa regole e metodologie. E’ il grande Comune di Genova che latita, dopo che la signora sindaca della cultura ha cooptato le deleghe che, ai tempi di Beppe Pericu, erano divise - sia pure in maniera lambiccata - tra Luca Borzani e Anna Castellano. Certo, Marta Vincenzi, entrando ringhiando a Palazzo Tursi, non era proprio nelle stesse condizioni di spirito di Napoleone che ripercorre a cavallo i campi di Austerlitz.
Capisco che a Genova e in Liguria oggi "maiora premunt": il povero Palazzo Ducale, i musei "riscoperti" a tratti dal 1992 al fatidico 2004, il Carlo Felice "fuori misura" da sedici anni alla ricerca d'un possibile "aggiustamento" dei conti in rosso, i due musei del mare (Pegli e Darsena) "separati in casa", l'incognita (perché sconosciuta) della Commenda, il Teatro della Gioventù e annessi e connessi sono nel loro insieme poca cosa rispetto alle prospettive della città tecnologica, delle ipotesi di Politecnico, dell'impossibile Terzo Valico, della eterna rinviata Gronda, del "bruco" che non bruca.
E anche rispetto alle prospettive dell'Affresco che si scrosta come l'Ultima Cena di Leonardo, dell'aeroporto che non diventa mai una "insula in mare nata" come le famose Fernandine che i flutti inghiottirono dopo averle sputate fuori.
La città è in tutt'altre faccende affaccendata per ricordarsi che negli ultimi tre lustri aveva deciso - cito Beppe Pericu – che "Ia bellezza è ricchezza", ma, alla fine dei conti, qualche cosa potrebbe decollare e non decolla.
Perché? Rifare tutte le storie sarebbe una faccenda troppo lunga, ma varrebbe la pena ricordare che gli exploit culturali del 1992 furono davvero poca cosa e che, nel corso degli anni successivi, gli operatori - amministratori, assessori, tecnici locali e stranieri, superconsulenti pagatissimi - non cercarono mai progetti semplici e chiari, capaci di produrre turismo a flusso continuo, ma si fecero trascinare da idee lambiccate, tortuose, pseudoculturali, politicamente corrette sino alla stupidità e all'autolesionismo.
In parole povere tutti rimasero ancorati al modello della "boiata pazzesca" del Paolo Villaggio d'antan. Il tutto, in un clima da congiura esoterica, venne condito, annaffiato, annegato dalle variabili del medesimo progetto: la pittura e l'arte a Genova, tra la fine del XVI e il XVIII secolo. Ovvero: genovesi ricchi e nobili, tirate fuori le vostre pluricentenarie collezioni che noi cercheremo di rivalutare sul mercato.
Inutile invocare il plauso delle riviste di nicchia o le lodi mediatiche estorte mediante massicci esborsi pubblicitari. II prodotto cultura-bellezza non decolla. E poi basterebbe pensare ai pochi geni che Genova ha prodotto: Andrea D'Oria, Mazzini, Paganini, Garibaldi, Colombo. Odiati, ignorati, vilipesi, ridimensionati dagli stizziti assessori che andrebbero in visibilio per mostre di chiodi arrugginiti o di martelli da carpentiere "politicamente corretti", dalla ricostruzione delle civiltà materiali o dal recupero di artisti minori e un po' sfigati.
Forse era meglio scegliere un modello meno costoso di teatro lirico (come avevano ammonito il maestro Erede, Chiesa e Luzzati dimettendosi dalla giuria del Comune), forse era meglio che il Ducale fosse la sede della Regione, forse sarebbe bene ridimensionare i costi senza fondo di alcuni teatri dal fiato corto o coordinare meglio, con occhiuti accorpamenti, certi musei.
Genova in decadenza su quasi tutti i fronti? Purtroppo sì, viene da dire e dispiace. Ma sulla crisi dell'economia, sui mille dubbi del porto, sull'intasamento delle infrastrutture, sull'indifferenza ostile del Governo verso la città, svetta anche la sovrastruttura, per dirla con Marx, della cultura organizzata, frutto anche del declino vistoso delle facoltà umanistiche, anche sul piano dell'immagine.
Signora sindaca: l'hanno definita la zarina e può darsi sia vero; ci dimostri di essere, oltre che Elisabetta d'Inghilterra o Caterina di Russia, anche la Minerva del Nord, Cristina di Svezia. Le piacciono le notti bianche? Ci faccia sognare, se può, anche un'aurora boreale. Ma stia attenta a chi manovra le luci. Siamo stufi di malinconici cultori della parte pili triste e polverosa della nostra identità. Vorremmo, misurando i passi e il terreno, uno scatto di orgoglio.
la Repubblica Ed. Genova
13-01-2008