William Kentridge
still dal video Zeno Writing
2001




Mauro Ghiglione
My hands, your hands
2006




Christian Boltanski
Réserve: Lac des Morts
2006







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POLEMOS AL FORTE DI GAVI
di Sandro Ricaldone


   

E’ in una macchina bellica, il Forte di Gavi, costruito dalla Repubblica di Genova nel primo ‘600 - un “Marte addormentato” come lo definisce Costanza Zavanone nell’evocarne la mole poderosa - che appropriatamente ha trovato sede “Polemos: l’opera d’arte tra conflitto e superamento”, una delle mostre più interessanti della stagione estiva, costruita attorno ad un nodo problematico quanto mai attuale.
Per scandagliarne il senso il filosofo Carlo Sini richiama in uno scritto pubblicato nel catalogo il mito della cattiva e buona Eris narrato da Esiodo: “La prima favorisce la brutta guerra e la rissa, dea crudele! L’altra, invece, Zeus ha posto alle radici della terra e degli uomini. Spinge al lavoro anche l’uomo inetto: accade così che quando uno che non possiede nulla osserva un altro che è ricco, subito si affretta come quello a seminare, a piantare, a mettere in ordine la casa”.
Fra le polarità della pulsione distruttiva e della competizione virtuosa la vicenda umana assume un carattere ambivalente di cui la rassegna – ideata da Agalma per la Regione Piemonte e curata da Angela Madesani - si prefigge d’indagare i riflessi artistici, concentrandosi non solo sulle tematiche e sull’iconografia bellica in senso stretto ma, più in generale, sull’elaborazione del tema del conflitto e del suo scioglimento.
I disastri della guerra non vengono perciò documentati con immagini apparentabili alle sequenze di “terrore estetizzato” diffuse dai media bensì attraverso una silenziosa sollecitazione della memoria. S’incontrano anzitutto gli scorci di rovine fissati nel 1991 da Gabriele Basilico in una Beirut che proprio in questi giorni rivive un’analoga tragedia, affiancati dalle grandi stampe fotografiche della serie “Detritus” di Brian McGhee, inquadrature di interni abbandonati dopo i bombardamenti dell’aviazione americana in Afghanistan.
Quindi i cumuli di panni smessi, gettati alla rinfusa sul pavimento nell’installazione “Réserve: le Lac des Morts” di Christian Boltanski che riportano alla mente gli abiti svestiti dagli ebrei al loro ingresso nei campi di sterminio.
In due ambienti contigui Federico De Leonardis sospende al soffitto i rottami deformati di un’esplosione devastante. Mauro Ghiglione, in “My hand your hands”, associa alle immagini ingrandite di mappe dei Balcani sovrastate da bombole d’ossigeno la fotografia inquietante delle mani di una ragazza, una delle quali coperta da una fasciatura che nasconde l’arto dilaniato da una bomba giocattolo.
Altrove ci s’imbatte in due essenziali sculture in marmo di Wolfgang Laib che riprendono gli schemi severi delle tombe islamiche. E nella spoglia struttura in metallo di Miroslav Balka, dal profilo simile ad una branda, in cui si può intravedere l’ultimo avanzo d’un presidio evacuato.
Gli scoppi di granate, i cannoneggiamenti, gli assalti all’arma bianca della prima guerra mondiale compaiono invece nel video “Zeno Writing”, ispirato al personaggio creato da Italo Svevo, del sudafricano William Kentridge, assunti però non in una cadenza d’epopea guerresca ma alternati a volute di fumo e ad apparizioni di silhouettes animate, a disegnare in un tragico minuetto l’epilogo fallimentare di una fase storica.
Altri autori ampliano l’orizzonte proponendo metafore dei meccanismi conflittuali (Miguel Angel Rios) o mettendo a fuoco le problematiche della discriminazione femminile (Mona Hatoum, Shirin Neshat) o, ancora, appuntando l’attenzione sul contrasto fra lo spazio delimitato degli ambienti costruiti dall’uomo e lo spazio cosmico ove questi s’inscrivono (Giovanni Anselmo).
Se l’investigazione del tema del conflitto si presenta ricca di stimoli, ben più labili paiono invece – nel panorama contemporaneo disegnato nella mostra – gli esempi di quel superamento che pure il titolo richiama in modo esplicito, preannunzio d’un futuro ove l’Eris crudele sia soppiantata dalla sua benigna sorella. Al punto che, per offrire un’apertura in questa direzione, ci si volge indietro, al momento lontano nel quale, ad Alba, Gallizio e Constant ideavano l’“Accampamento degli Zingari”, nucleo generativo di “New Babylon”, l’habitat utopico progettato per l’homo ludens. Un ripiegamento che suscita qualche inquietudine, posto che il sentiero imboccato allora, per quanto appassionante, risulta ormai - forse irrimediabilmente - interrotto.



(agosto 2006)








 
 

 

Lettera sulle arti a Genova - a cura di Sandro Ricaldone      Home      Top      Contact